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Intervista a Giulia Gallon e Mara Conte, autrici di "La Mente e la trincea"

“La mente e la trincea. La malattia mentale nella Grande Guerra. Il manicomio di San Servolo”

Domande alle autrici Giulia Gallon e Mara Conte

Il nuovo libro edito dalle Edizioni Gino Rossato è frutto di una collaborazione tra madre e figlia accomunate dalla passione per la storia dei grandi conflitti mondiali. Le abbiamo intervistate brevemente.

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Domande a Giulia Gallon: Sappiamo che nel corso dei tuoi studi in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ti interessi ai risvolti psichici dei grandi eventi traumatici sul genere umano e l’incontro con il professore Paolo Giovannini (docente di Storia moderna, Storia dell’Europa orientale, Storia dei partiti e movimenti politici all’Università degli studi di Camerino, studioso si storia delle istituzioni manicomiali e della psichiatria) ti sprona ad immergerti in una minuziosa ricerca presso la Fondazione San Servolo I.R.S.E.S.C. - Onlus, da cui sortiranno le pagine del libro “La mente e la trincea. La malattia mentale nella Grande Guerra. Il manicomio di San Servolo”.

Da dove nasce questo interesse ad approfondire il tema del legame tra patologie mentali e guerra?

Giulia Gallon: Il mio interesse per queste tematiche si lega all’infanzia. A Valdobbiadene, la mia terra natia, fin dal 1885 trovò sede la Casa di Salute Femminile, succursale dell’ex Ospedale Psichiatrico S. Artemio di Treviso. Tale struttura rimase attiva fino alla legge Basaglia del 1978 e le sue ultime cartelle cliniche recavano data 1980. In tale struttura lavorò per molti anni la mia nonna materna. Essa animata da una profonda passione per il suo mestiere e da un alto grado di sensibilità, in accordo con i medici, costruì rapporti personali con le assistite aiutandole anche a vivere in modo più integrato con la società tramite piccole gite nei dintorni ed uscite in compagnia. Questo suo volontariato continuò anche dopo la mia nascita ed io stessa ebbi modo di conoscere molte di queste persone. Mia madre inoltre fin dalla tenera età mi condusse suoi luoghi della Grande Guerra raccontandomi storie e suggestioni di quel periodo. In sua compagnia visitai ogni sacrario, monumento, museo o campo di battaglia presente sui nostri territori. La scelta riguardo all’argomento per la tesi di laurea si presentò quasi spontaneamente, poichè questa tematica accese all'istante la mia curiosità, anche grazie alla grande competenza del Professor Paolo Giovannini.

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro a partire dalla tua tesi di ricerca? Puoi raccontarci qualcosa di più sul processo di stesura del libro? 

Il lavoro di costruzione di una Tesi di Ricerca comporta un grande impegno in termini di indagine delle fonti, di studio dei materiali e di selezione degli stessi. Si presenta come un lavoro di vasto interesse poiché sovente i materiali in esame, specialmente quando si tratta di cartelle cliniche, raccontano delle storie personali magari rimaste celate negli archivi per lungo tempo. Queste vicende e questi volti raccontano momenti emotivi di straordinaria potenza e rappresentano una nuova visione della storia lontana dalla memorialistica ufficiale ed estremamente aderente all’essere umano. Il desiderio di trasformare tale lavoro in un libro sorge proprio dal sentimento di giustizia verso queste persone perse fra le pagine del tempo. Sembrava infatti un peccato chiudere tante vicende in un cassetto.

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Domande a Mara Conte: Ci hai raccontato che hai ereditato dai racconti dei tuoi nonni una vivace curiosità per gli eventi bellici e l’impatto di essi sugli inermi e che negli anni hai raccolto materiali e memorialistica sul conflitto, interessandoti in particolare alla sanità di guerra. Inoltre, fai parte dell’associazione culturale di rievocazione storica Sentinelle del Lagazuoi, con cui condividi la passione per la Grande Guerra.

Come hai saputo trasmettere a tua figlia Giulia la passione e l’interesse per la storia dei grandi conflitti mondiali?

Mara Conte: Durante la mia infanzia i nonni materni e paterni accompagnarono la mia crescita con i racconti degli Alpini, le loro parate e le loro canzoni. Io partecipavo a tutto ciò con molto entusiasmo, al punto da trasformare un angolo della mia cameretta in un piccolo sacrario, con tanto di cappello da alpino e fazzoletto regalatimi dai nonni. In Veneto diciamo spesso “da un zhareser no pol vegner su an talpon” (da un ciliegio non può nascere un pioppo), così, come nel mio caso, mia figlia venne contagiata da questi interessi forse inusuali per un bambino. La curiosità morbosa e un’intelligenza spiccata dimostrate fin da piccola da Giulia mi impedivano di trattare con lei in maniera infantile. Pertanto i nostri dialoghi si incentravano spesso sulle mie passioni e sulle sue frequentissime domande.

Cosa spinge a dedicarsi alla stesura del libro?

Il vasto materiale da esaminare per la tesi portò Giulia a chiedermi aiuto nel processo di scrematura. Ricordo ancora l’emozione di toccare quei fogli ingialliti dal tempo profumati di antico. Sembrava di sfogliare delle reliquie, da trattare con estrema cura, attenzione e qualche lacrima. Al termine del lavoro quei volti dapprima sconosciuti mi sembravano divenuti famigliari, al punto da ricordarne alcuni nelle mie preghiere. Il mio lavoro nel mondo del sociale inoltre mi rese spesso testimone di storie raccontate dai reduci del conflitto e dalle loro famiglie. Desideravo assolutamente dare visibilità alle loro sofferenze, salvando dall’oblio le storie di tante vittime del conflitto.

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Edizioni Gino Rossato: Il libro affronta il tema della malattia mentale nella Grande Guerra. Come si affronta questo vasto tema? Come avete deciso di trattarlo?

Dal punto di vista pratico il lavoro consiste in un’attenta analisi di ogni singolo aspetto della tematica trattata, condotto in modo approfondito e non banale, sviscerando i punti fondamentali e le sfaccettature degli argomenti emersi e creando una sorta di mappa mentale ordinata per ogni concetto da esprimere. Un tema tanto vasto e legato a tematiche sensibili conduce inevitabilmente a porsi interrogativi di carattere etico e sociale. Pertanto abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio fra la documentaristica e le nozioni a carattere scientifico. Intrecciando dati storici e racconti personali abbiamo proceduto ad un’indagine approfondita delle dinamiche intercorrenti fra malattia mentale e Grande Guerra, contestualizzando i ragionamenti emersi alla mentalità dell’epoca, ponendoci non come giudici ma in qualità di osservatori di un fenomeno epocale.  

L’opera vede una parte introduttiva di carattere tecnico dove si analizzano i precedenti storici e le origini della tematica. L’emersione del concetto di follia legato al contesto bellico infatti affonda le sue radici nelle caratteristiche peculiari della guerra moderna. La trattazione prosegue poi con un excursus sulle principali malattie emerse in quel periodo storico e sulle cure sperimentate per tali problematiche. Il corpo centrale del lavoro si basa sull’analisi del caso San Servolo condotta attraverso le sue cartelle cliniche. Il marchio di un conflitto globale tuttavia tocca ogni substrato del vivere civile. La parte finale del libro affronta questa realtà dando rilievo al pesante retaggio lasciato dalla guerra sulla collettività.

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Edizioni Gino Rossato: Un’intera sezione del libro è dedicata al manicomio di San Servolo, che fu una delle istituzioni manicomiali che gestì l’emergenza sanitaria nel periodo bellico. In particolare, la raccolta documentale, tra cui le corrispondenze tra l’istituto e le famiglie, fa emergere come la piaga del conflitto travalicasse le mura del manicomio.

Potete darci qualche anticipazione?

Le cartelle cliniche rappresentano un microcosmo ricco di documenti. Esse infatti non contenevano solo i dati anamnestici dei ricoverati, ma ogni informazione utile a determinare l’origine dei loro problemi. Si tenga presente come all’epoca vigesse una sorta di compenetrazione tra stato, esercito e sanità. In tale contesto l’imperativo preminente della guerra spingeva le autorità verso il tentativo di celare il legame intercorrente tra le emergenti malattie psichiche ed il conflitto. Si considerava inoltre fondamentale il reintegro rapido del maggior numero possibile di forze umane fra le file dell’esercito.  Il compito del medico si imperniava pertanto sull’indagine accurata del soggetto e dei suoi disturbi al fine di appurarne la genuinità, le origini ereditarie famigliari ed eventuali incongruenze. A tal fine le missive personali, i documenti ufficiali e le stesse riflessioni dei malati venivano conservate in cartella come documentazione sanitaria. Anche le lettere dei famigliari o di personalità come sindaci e altre cariche pubbliche venivano trattenute e schedate. Questo atteggiamento di censura militarizzata ostacolava i rapporti fra il malato e la realtà esterna, ponendolo in una condizione di maggiore isolamento e di distanza da un possibile rientro nella sua società originaria. Anche questo contribuì al formarsi di quel concetto di liminarità come linea immaginaria di confine fra quanti vissero il conflitto in prima linea oppure fra le mura del manicomio ed il resto della società.

Il reperimento delle fonti è parte fondamentale del lavoro di realizzazione di un libro di storia militare. Quanto ha influito sul vostro lavoro?

Il reperimento delle fonti si presenta come un elemento fondamentale nell’affrontare gli argomenti storici. Ogni ipotesi e ragionamento inediti necessitano di una linea di analisi supportata da materiale documentale, informazioni verificate e da analisi basate su dati certi. L’elaborazione di un testo storico presume un grande lavoro di ricerca documentale, forse ancor più impegnativo della stesura stessa.

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Edizioni Gino Rossato: In questo particolare periodo storico in cui affrontiamo l’emergenza sanitaria, sentiamo spesso utilizzare terminologia di guerra: combattiamo un nemico comune, i medici e gli infermieri sono gli eroi che lottano in trincea, l’aggiornamento quotidiano dei numeri dei deceduti rappresentano i nuovi bollettini di guerra… 

Sulla base della vostra ricerca storica, ritenete che possano esserci delle analogie tra le conseguenze psichiche legate al conflitto bellico e quelle legate alla attuale pandemia?

Da sempre la storia dell’umanità procede di pari passo con quella delle pandemie. Il momento attuale rappresenta una fase ciclica tipica del corso degli eventi piuttosto di una situazione unica nel suo genere. Non serve regredire fino al periodo della peste nera o del vaiolo per trovare traccia di una grave pandemia. Il novecento vide infatti incombere lo spettro di una terribile malattia sulle macerie fumanti della prima grande guerra globale. L’influenza spagnola fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo. Essa accrebbe la sua forza probabilmente in virtù delle situazioni create dal conflitto (movimento di grandi masse di persone, promiscuità, privazioni, sporcizia) e concorse ad alimentare il numero di vittime generate da quest’ultimo. La prima analogia va ravvisata proprio nei grandi flussi di persone in movimento capaci di allargare la platea del contagio. All’epoca della grande guerra questi consistevano nelle immani campagne militari capaci di spostare moltitudini di uomini, ora si riflette nella globalizzazione. Sembra ironico come a distanza di più di cent’anni le regole proclamate dai media per evitare la diffusione del contagio rimangano in fondo le medesime (distanziamento sociale, chiusura dei principali locali pubblici, quarantena, uso della mascherina ed igiene personale). Simile pure la sottile isteria collettiva generata dalla paura, dall’inesperienza verso un nuovo problema, dal senso di impotenza e da un’informazione spesso esasperata. I detentori del potere nel Novecento ed odierni, per diverse ragioni storiche, invece di istruire e rassicurare la popolazione per ottenere comportamenti virtuosi attuano le medesime scelte; ignorando inizialmente il problema di fronte ad interessi ritenuti più importanti (guerra, economia ed altro) per poi svelare troppo tardi la vera portata dell’evento. Gli eroi del conflitto e della pandemia non sono certo gli alti papaveri dell’esercito e tantomeno gli uomini della politica, ma i soldati ed il corpo sanitario con il loro esempio di sacrificio quotidiano in prima linea. I militi della grande guerra e i sanitari del nostro tempo, posti di fronte a una battaglia da affrontare al principio senza adeguato equipaggiamento diedero entrambi prova di un immenso valore umano (i soldati ad inizio guerra combattevano solo con il berretto e senza l’elmo, i medici non avevano dispositivi di protezione individuale sufficienti).

Il conflitto e la pandemia rappresentano eventi traumatici comportanti un’inevitabile ripercussione sulla mente umana. Per diverse ragioni entrambi finiscono per generare isolamento ed atomizzazione dei rapporti umani, creando una società dell’insicurezza dove il singolo si trova privo del senso di protezione tipico del vivere nella società civile. La sicurezza economica, la visione del futuro, la socialità vengono minate e le macerie virtuali di questo momento sembrano il riflesso di quelle materiali di cent’anni orsono. Passata la guerra i soldati sembravano tornare alla realtà dopo l’esperienza nella terra di nessuno, viene da chiedersi quali saranno le modalità di rientro ad una vita normale quando verrà il nostro momento.

Quanti vissero il conflitto raccontarono la sensazione patita nei confronti del ritorno alla quotidianità e la percezione di estraneità rispetto al mondo antecedente la guerra come si trattasse di un universo antico. Oggi abbiamo nostalgia della vita condotta prima della pandemia, ma pur auspicando una sua fine in tempi ragionevoli dobbiamo adattarci ai ritmi della sua natura. Gli uomini e le donne di inizio secolo affrontarono tale avversità contestualmente ad una delle più grandi tragedie del genere umano. Patirono la fame, la sete, videro la morte di parenti e amici in conflitto, oltre alla rovina di quanto avevano costruito. Ma tornarono a vivere. La nostra battaglia dopotutto si presenta meno cruenta, grazie agli enormi progressi della scienza e agli agi fortunatamente possibili proprio grazie ai sacrifici dei nostri avi. Torneremo a vivere anche noi.

 

Di seguito il link al libro "La mente e la trincea. La malattia mentale nella Grande Guerra. Il manicomio di San Servolo"